Abbiamo chiamato yoga letteralmente qualsiasi cosa. Abbiamo diplomato come insegnante letteralmente chiunque: eppure, quando cediamo al rimpianto del passato, forse ricordiamo semplicemente male.

È vero, esiste il beer yoga, lo yoga finanziario, il naked yoga e lo yoga con le capre e persino con i lama. Oltre al sempreverde yoga ‘da palestra’ e alla New Age, che ancora esala i suoi miasmi.
E poi, la formazione degli insegnanti, che un tempo si contava in anni (preceduti a loro volta da altri anni di pratica pregressa), ed ora è ridotta a mesi o settimane, spesso senza chiedere alcuna esperienza e senza alcuna selezione.
Da quando il titolo di insegnante di yoga è diventato un prodotto, i percorsi per ottenerlo si sono convertiti in assistenza post-vendita.
Per un prodotto, poi, un ‘pezzo di carta’, che in realtà non ha alcun valore legale, ma che nominalmente equipara chi ha studiato e praticato per decenni a chi ha fatto un ritiro-vacanza di due settimane con foto di gruppo finale.
Eppure, nonostante tutto questo e molto altro che per pudore non nominiamo, i rimpianti per uno yoga che non c’è più, lo struggente ricordo per lo spirito originario che si è perso in uno yoga ridotto a ginnastica, ci hanno sempre convinto poco.
Ci è sempre sembrata un po’ posticcia la nostalgia per i bei vecchi tempi in cui, nelle sale subaffittate nei dojo o negli scantinati, si faceva sul serio, invece di pensare allo sfondo per il prossimo video. Quando la Kundalini ergeva la sua testa solo per pochi adepti che sapevano custodirne il segreto, invece di rendersi ridicoli con un telefono.
Ne è una conferma il fatto che queste lamentazioni abbiano attirato per un istante l’attenzione anche dei media mainstream, in genere molto attenti ai luoghi comuni e alle semplificazioni.
La storia, per chi bazzica nello yoga, non è nuova: avendo abbandonato le sue radici spirituali e abbassato la mira dall’illuminazione al benessere, dalla liberazione dal ciclo delle rinascite a quella dai dolori articolari, lo yoga oggi si troverebbe nella difficile posizione di stare al passo con numerose altre discipline concorrenti nell’ambito fitness e wellness.
Certo, gli investitori che oggi puntano sullo yoga nei grandi centri urbani si sposteranno altrove, non appena il vento accennerà a cambiare, ma nel frattempo non si asterranno dal contribuire a saturare il mercato, abbattendo drasticamente la qualità dell’offerta.
E, certo, i social e la politica dissennata nella formazione degli insegnanti, a cui abbiamo già accennato, non fanno altro che esasperare un approccio sempre più superficiale, esibizionistico e narcisista, nel disperato tentativo di catturare per un attimo fuggitivo l’attenzione di allievi-follower.
Tuttavia, noi non pensiamo che la risposta a tutto questo sia rispolverare le ambizioni per uno yoga aristocratico, o il richiamo a una tradizione pura che è stata tradita. Anche perché quella tradizione è tutta da dimostrare, o meglio da reinterpretare. Perché molto di quel che definiamo tradizionale conteneva già i semi di quanto vediamo nel presente.
Lo yoga come lo conosciamo oggi è nato un centinaio di anni fa proprio marginalizzando gli aspetti contemplativi in favore della componente fisica. Sebbene non sia del tutto corretto affermare che lo yoga moderno sia un’invenzione recente (la tendenza alla fisicizzazione era a dire il vero già in atto da alcuni secoli), tuttavia è un fatto storico che nell’India degli anni ‘30 le scuole di yoga, un po’ come oggi, subissero la concorrenza di palestre che proponevano altre forme di cultura fisica allora alla moda e di origine occidentale, come il Calisthenics, il bodybuilding e la ginnastica militare.
Lo yoga si trovò, per la prima volta nella sua storia, a dover competere con tali attività, e a dover dimostrare di essere un’alternativa indigena altrettanto valida nel favorire uno sviluppo armonico del corpo, ribaltando la visione coloniale che voleva gli indiani fisicamente inferiori. E lo fece anche spettacolarizzando e persino incorporando pratiche da tali discipline, sebbene in modo yogico.
Non è un caso, quindi, che i fondatori delle scuole che più hanno contribuito alla trasformazione dello yoga in fenomeno di massa, e che oggi consideriamo tradizionali, in gioventù si esibissero assiduamente in pubbliche dimostrazioni o addirittura partecipassero a campionati di asana. E saranno proprio costoro, di lì a qualche decennio, ad avere il primo impatto veramente importante negli Stati Uniti e quindi nel resto del mondo (compresa l’India, per quel curioso fenomeno di ritorno chiamato ‘effetto pizza‘).
Certo, non vogliamo paragonare uno Iyengar o un Pattabhi Jois agli influencer di oggi, tuttavia vorremmo suggerire una narrazione alternativa a quella che vuole lo yoga improvvisamente degenerato e corrotto al contatto con l’Occidente, il capitalismo e i social media. Che certo hanno le loro innegabili responsabilità, ma bisogna anche dire che, se non avessero trovato pane per i propri denti, lo yoga sarebbe rimasto probabilmente un fenomeno circoscritto all’India e nemmeno così popolare, come era prima del secolo scorso.
Non vogliamo fare polemica con questa o quella scuola, non è il senso di questa riflessione. Quello che ci interessa è il quadro più grande: salvo alcune eccezioni importanti ma marginali per l’industria dello yoga, nelle classi di questa disciplina, almeno nell’ultimo secolo, non si è mai praticata granché la meditazione o il pranayama, se non in modo piuttosto frettoloso.
Semmai, venivano subordinati a un’efficienza fisica che per i più era del tutto fuori portata (e quindi il momento di meditare non arrivava mai), oppure la pratica corporea veniva presentata già come forma di meditazione in sé. Questo ha anche permesso di bypassare l’incongruenza di una disciplina quasi totalmente fisica che dichiarava di fondarsi su un testo totalmente contemplativo quali sono gli Yoga Sūtra, ma questa è un’altra storia.
Ciò che oggi vediamo, quindi, non è altro che l’estrema conseguenza di qualcosa iniziato molto tempo fa, ovvero l’esasperazione di alcuni tratti su cui, a volte in buona fede, già i padri fondatori dello yoga moderno avevano cominciato a calcare la mano, per quel fattore che tutti noi conosciamo, generatore di inconfessabile infelicità, chiamato “voler piacere agli altri”.
Alla base, la convinzione forse innocente che promettendo una salute totale, l’immunità dall’invecchiamento e soprattutto la perfezione fisica, si potesse a un certo punto persuadere gli allievi così guadagnati a prendersi cura anche degli aspetti più interiori. Ma siccome questi aspetti richiederebbero un distacco e un disincanto radicali rispetto alle lusinghe appena elencate, è successo esattamente l’opposto.
Quella appena descritta è, più o meno, la china che ogni insegnante di oggi conosce molto bene: se faccio qualche āsana in meno, non perderò allievi? Non troveranno più eccitante il Reformer o il BJJ?
Ma proprio qui inizia la parte costruttiva di questa riflessione: ciò a cui stiamo assistendo, questa epifania inversa, questa discesa agli inferi lastricata di buoni propositi è la premessa per una salutare tabula rasa da cui ripartire e interrogarci sul vero cuore dello yoga.
Stiamo assistendo al crollo di ogni illusione: del mito dei venerati maestri, dello yoga millenario tramandato saluto al sole per saluto al sole, dello yoga orgogliosamente diverso dalla ginnastica che però finisce per essere ancora più meccanico e in alcuni casi più usurante di uno sport agonistico.
C’è chi si getta nella mischia formando insegnanti in 15 giorni finché c’è mercato, c’è chi abbandona lo yoga e si dà a qualcosa con qualche altro nome, rigorosamente laico e a prova di scienza, c’è chi infine ha il coraggio di abbandonare i dogmi ma per cercare l’essenza che i dogmi stessi, sclerotizzandosi, hanno finito per tradire.
Ed è proprio questo il momento di farlo, perché a fronte dello spettacolo spesso desolante dello yoga industriale, oggi abbiamo gli strumenti e la possibilità di cercarlo, questo altro. Non abbiamo mai avuto così tante occasioni di accostarci a testi, a insegnamenti e insegnanti eterodossi come nell’epoca in cui viviamo.
Occasioni di comprendere che lo yoga che oggi ha perso il suo fascino, come titola l’Atlantic, quello fatto di innumerevoli stili che non sono altro che modi diversi di declinare e riarrangiare le stesse posture, è soltanto una nota a margine, un epifenomeno di una realtà molto più grande che non si può soffocare, proprio perché il suo tempo non è né il prima né il dopo, perché, parafrasando Nigro Sansonese, il corpo è il suo dove e il suo quando.
Uno yoga che spesso era già lì, presente come opzione forse meno appetibile, perché abbagliati da altro.
Un’ultima considerazione sul pubblico dello yoga. Parliamo di chi è interessato innanzitutto a praticarlo e non di chi parte già dalla pretesa di volerlo insegnare.
Lo abbiamo già detto molte volte: esiste una vasta platea di persone in grado di discernere, che è disgustata dallo yoga di massa ma che, a volte senza nemmeno averlo ancora mai praticato, sa riconoscere qual è il senso più intimo di questa disciplina, che è racchiuso nell’etimo stesso del suo membro più frainteso. Āsana: stare come si è.
Si tratta di un pubblico che molto spesso non ha particolari prerequisiti fisici o orientamenti chiari in senso spirituale, e proprio per questo sfugge alle categorie, e a volte anche agli algoritmi. È poco tracciabile e segmentabile perché poco interessato ai tribalismi e alle identificazioni, in una parola agli stereotipi, di ciò che oggi chiamiamo community dello yoga, esaltazione dell’individuo che è il contrario della comunità.
Sta quindi a noi, e qui ci rivolgiamo a chi lo yoga lo insegna, decidere a chi parlare. A noi decidere a chi dare ascolto. A noi, decidere se voler compiacere gli altri, finendo nel lungo periodo per scontentare tutti e tradire noi stessi, oppure essere semplicemente come si è.
Qualcosa da leggere, che è stato citato direttamente o indirettamente
Mark Singleton, Yoga Body: Le origini della pratica posturale moderna, Mediterranee, 2019.
James Mallinson, Mark Singleton, Le radici dello yoga, Ubaldini, 2019.
J. Nigro Sansonese, The Body of Myth: Mythology, Shamanic Trance, and the Sacred Geography of the Body, Inner Traditions, 1994
Gioia Lussana, La dea che scorre. La matrice femminile dello yoga tantrico, OM, 2017

Un condensato di sensazioni personali che ha preso parola in questa riflessione.
” anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti ” diceva qualcuno, e non mi sento assolta fino in fondo, nonostante l’impegno di questi anni..forse anche questo è un limite occidentale.